mercoledì 31 agosto 2016

L’idrogeno? È già qui


Sono passati cinquant’anni da quando, per la prima volta, l’idea di un’automobile spinta a idrogeno – un mezzo capace di respirare aria per restituire acqua, azzerando l’inquinamento dovuto ai trasporti – ha iniziato a sembrare una possibilità più che un’utopia. Oggi, quell’idea è così concreta che chiunque in Giappone, ma anche in Danimarca, Germania, Gran Bretagna e presto in altri Paesi europei, può salirci sopra e guidarla.

Merito di Mirai, la berlina di Toyota il cui nome significa non a caso “futuro”: è frutto di milioni di chilometri nei centri prova, di 10 anni di test su strade pubbliche in tutte le condizioni climatiche, dalle temperature più rigide al caldo più torrido, di infiniti e rigorosi crash test e di lavoro congiunto con i governi e i ricercatori di tutto il mondo per renderne sicuro e facile il rifornimento. Nel serbatoio entra idrogeno (che può essere ricavato dall’acqua utilizzando fonti rinnovabili come l’energia solare ed eolica, oppure prodotto da materiali di scarto come i detriti fognari), dagli scarichi esce solo vapore acqueo. Per un’esperienza di guida ecologica, silenziosa, ma anche piacevolissima.

Lo schema di funzionamento: nel motore entrano idrogeno e ossigeno, esce vapore acqueo. Clicca sull'immagine per ingrandirla
MOTORE. Abbina la tecnologia delle celle a combustibile alla tecnologia ibrida e assicura una potenza massima di 114 kW (155 cavalli). È molto più efficiente rispetto ai tradizionali motori a combustione interna e non produce CO2 né agenti inquinanti. Le celle a combustibile sono in grado di fornire elettricità sufficiente per alimentare un’abitazione per una settimana. L’autonomia è di quasi 500 km con un pieno di idrogeno e i tempi di rifornimento di circa tre minuti.

ITALIA. Due sono i freni attuali allo sbarco nel nostro Paese. Il primo è normativo: i serbatoi di Mirai consentono di stoccare il gas a 700 bar, ma in Italia il limite di erogazione è di 350 bar. La sicurezza dei serbatoi è garantita da una struttura a tre strati di plastica rinforzata con fibra di carbonio e da un sistema di sensori che chiude le valvole del serbatoio in caso di eventuali fuoriuscite. Il secondo ostacolo è che manca una rete capillare di distributori d’idrogeno perché l’auto possa circolare.

Fonte: focus.it

domenica 28 agosto 2016

Uber lancia il primo taxi senza autista


L’azienda americana annuncia l’arrivo entro la fine del mese della prima flotta di vetture a guida autonoma. Ecco come funzionerà il servizio, per ora solo sperimentale.

Mentre Google, Apple, Tesla e i big dell’automobile lavorano più o meno segretamente da anni allo sviluppo delle auto senza conducente con poche novità di rilievo, Uber sorpassa tutti e, a sorpresa, annuncia il lancio di una flotta di Uber car completamente autonome.

NOLEGGIO SENZA CONDUCENTE. Sì avete capito bene: la prossima auto di Uber che verrà a prendervi in aeroporto o in stazione potrebbe non avere l’autista. Il servizio sarà attivato entro la fine del mese in via sperimentale nella cittadina americana di Pittsburgh.

Le auto scelte per il test sono dei SUV della Volvo equipaggiati con tutto il necessario per poter viaggiare da soli. A bordo del veicolo saranno comunque presenti un tecnico in grado di intervenire in caso di necessità e un assistente che prenderà nota di tutto quanto succederà durante il tragitto.

La flotta robotizzata sarà composta da 90 vetture e chi, prenotando una corsa, avrà la fortuna di vedersela assegnare non dovrà nemmeno pagare il costo del viaggio, che sarà offerto dall’azienda.

L’inatteso annuncio è stato dato lo scorso 18 agosto a Bloomberg dallo stesso Travis Kalanick, amministratore delegato di Uber.

SHOPPING HI-TECH. A differenza di altre aziende Uber ha scelto di non sviluppare internamente la propria vettura senza conducente ma di acquistare la tecnologia necessaria da un’azienda specializzata.

Recentemente Uber ha infatti acquisito Otto, una promettente start-up che ha realizzato un kit in grado rendere autonomi i camion e che può essere adattato per lavorare su SUV e berline.

L’esperimento di Uber è sicuramente uno dei più sofisticati visti fino ad oggi in questo settore: se tutto andrà secondo quanto annunciato dall’azienda nel giro di qualche mese sapremo se il futuro dell’auto senza conducente è un po’ più vicino.

IL FUTURO È GIÀ QUI. L'esperimento di Uber, però, non sarà il primo in assoluto. Un servizio di taxi con auto a guida autonoma ha già debuttato a Singapore. Tra i fondatori di nuTonomy, la startup che l'ha lanciato, c'è anche un professore italiano dell'Mit, Emilio Franzoli. 


Fonte: focus.it

lunedì 1 agosto 2016

Brexit: Berlino punta a diventare capitale start up



Berlino punta a strappare a Londra il titolo di capitale delle start up in Europa. Da mesi è continuo il flusso di sviluppatori di app e di contenuti per il web dalla capitale britannica verso quella tedesca, che già da anni punta ad attirare, offrendo spazi, "cluster" ed incubatori di impresa a costo zero. Il flusso da Oltremanica potrebbe intensificarsi dopo il sì alla brexit. Ed ingrossarsi di italiani, che già in tanti a Berlino sono impegnati nel mondo delle app: a cominciare da Zalando, il colosso tedesco dell'ecommerce dove di italiani ne lavorano già un centinaio.
Berlino da anni cerca di attirare gli startupper. L'ex sindaco Klaus Wovereit aveva capito che per la sua città "sexy ma povera", senza grandi industrie ma da sempre coacervo nei suoi caffè e nelle sue gallerie d'arte di artisti e creativi, l'economia digitale poteva essere una grande occasione di sviluppo, mettendo a disposizione fondi e spazi per gli "smanettoni" e non solo, cui non è necessariamente richiesto di parlare il tedesco purchè possano lavorare in inglese.
La capitale tedesca, poi, è ancora una città dove il costo della vita è relativamente economco e comunque infinitesimale rispetto alla carissima Londra, da cui piano piano in tanti stanno decidendo di trasferirsi qui, anche sull'onda della Brexit. "Con quello che spende a Londra per un mese, uno startupper a Berlino vive per sei mesi, e riesce a portare avanti il suo progetto", spiega Marco Muccini, il quarantenne fiorentino che ha sviluppato Papermine, una piattaforma di content marketing per creare contenuti per la commercializzazione e la promozione di prodotti, dalla scuola privata al negozio. Fino a febbraio, Marco ha lavorato nella capitale britannica, ma ha deciso di venire a Berlino, dove con sette collaboratori lavora a Gtech, un cluster dell'Issmt, considerata il miglior MBA in Europa, che non prende equity e per un anno offre ai soggetti selezionati sede e logistica.
"Questa città è cambiata, è sempre più internazionale e anche se la normativa italiana sulle start up è migliore di quella tedesca - sostiene - qui c'è l'hub dell'economia europea più potente. Questa è una città che in fondo esiste solo dal 1989 con la caduta del muro, viverci costa poco ed è logisticamente vicina all'Est Europa, che è sempre più una fucina di giovani di belle speranze nel settore delle start up. Londra ormai costa troppo...". E la "colonia italiana" di startupper a Berlino cresce. Sono quasi mille gli iscritti a 'Digitaly', la rete cui ha dato vita la bresciana Silvia Foglia arrivata a Berlino dopo un'esperienza in Svezia e che ora lavora per Houzz, una piattaforma online per l'architettura di interni e l'arredamento da un ufficio ai piedi della torre di Alexander Platz, al fianco di un'altra ventina di italiani.
Startupper che dal 2010 fanno rete tra loro e condividono informazioni ed esperienze pratiche. "Gente - racconta - che magari ha avuto un'idea in Italia e viene qui a farla crescere". Anche se, rileva Matteo Pardo, addetto scientifico dell'Ambasciata italiana a Berlino, "aprire una startup in Italia conviene: e il nostro Paese in questo settore resta quello che in proporzione cresce più di tutti".
Fonte: ansa.it