mercoledì 18 dicembre 2019

Microchip sottopelle

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Addio portafogli, chiavi elettroniche e carte di credito: migliaia di persone in Svezia hanno inserito sottopelle un dispositivo contactless, un microchip che utilizzano per pagare la spesa, le bollette e aprire la porta di casa.


Il sito The Conversation riporta che sono almeno 3.500 gli svedesi che hanno scelto di fare questa operazione. Come si spiega il fenomeno? Secondo gli esperti è un riflesso dell'articolata scena culturale svedese, strettamente connessa al biohacking.

HACKER DEL FUTURO. I biohacker sono biologi, spesso dilettanti, che conducono esperimenti in biomedicina al di fuori delle istituzioni tradizionali come università, aziende mediche e altri ambienti scientifici ufficiali.

Come gli hacker si inseriscono nelle reti dei computer modificandole, i biohacker modificano qualsiasi materiale biologico in circolazione, inclusi gli umani.

In questa cultura ci sono mode e tendenze diverse, nicchie e sottonicchie. Una di queste è quella dei transumanisti: informatici che scelgono di intervenire direttamente sul corpo umano superando, dove possibile, i suoi confini biologici.

Solo così, dicono, gli esseri umani saranno in grado di competere con l'intelligenza artificiale in futuro. La cultura biohacking svedese appartiene tendenzialmente a questo movimento e a sottogruppi come i "grinder", che hanno scelto di replicare sull'uomo l'uso dei microchip già utilizzati da decenni per tracciare animali e pacchi.

Fonte: QUI

sabato 9 novembre 2019

drone bagnino

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È accaduto al largo delle spiagge di Sagunto, in Spagna:  una donna che faceva il bagno a una settantina di metri dalla riva, si è trovata in difficoltà a causa delle "correnti di risacca" (correnti, spesso sottovalutate, che risucchiano e trascinano verso il largo), tipiche della zona. Per salvarla i bagnini hanno fatto ricorso a un drone.

Il drone ambulanza che salva la vita
Ricevuta una richiesta di soccorso che segnalava un gruppo di bagnanti in pericolo, gli operatori hanno prontamente inviato il quadricottero che (come si vede nel video originale, qui sotto) raggiunto il gruppo nel giro di alcuni secondi, ha calato il giubbotto di salvataggio per aiutare la persona più in difficoltà. L'intervento è stato poi completato da una squadra di soccorso che ha raggiunto il punto con le moto d'acqua. 

SALVATAGGIO IN DIRETTA. Il drone si chiama Auxdron Lifeguard ed è stato messo a punto da due bagnini, puntando su alcuni obiettivi principali: raggiungere più velocemente possibile la persona in pericolo (può toccare i 90 km/h); rilasciare, attraverso un verricello, uno o due giubbotti galleggianti che si gonfiano automaticamente a contatto con l'acqua; inviare in diretta ai soccorritori (in un raggio massimo di 3 km) il video della situazione  per fornire quante più informazioni utili possibili, per esempio per valutare se ci sia bisogno dell'intervento del medico.

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lunedì 14 ottobre 2019

La consegna della spesa nel futuro

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Gli abitanti di Scottsdale, una piccola cittadina dell’Arizona (Stati Uniti), potrebbero essere i primi al mondo a farsi consegnare la spesa da un robot, o, meglio, da una vettura senza conducente.


Nuro, start-up che opera nel settore dei veicoli autonomi, ha infatti stretto un accordo con Kroger, una delle più diffuse catene a stelle e strisce di supermercati, per avviare un servizio completamente automatico di consegna a domicilio.

Dato che i punti vendita di Kroger sono ben distribuiti sul territorio della città, il servizio opererà su distanze relativamente brevi: obiettivo delle aziende è per ora quello di testare su strada e in condizioni reali l’affidabilità e l’efficienza di questo tipo di consegna.

Uno scherzo scientifico per capire che effetto fa l'auto senza conducente!
PICCOLI ED EFFICIENTI. In una prima fase le consegne verranno effettuate da una flotta di Toyota Prius senza conducente, ma l’obiettivo finale di Nuro è quello di impiegare i suoi R1, piccoli furgoni elettrici dotati di due scomparti che possono contenere ognuno fino a 6 borse della spesa.

Secondo quanto reso noto dall'azienda, R1 è già a un ottimo livello di sviluppo. Come si vede nel video qui sotto, mostra di muoversi sicuro nei percorsi urbani, evita i pedoni, rispetta i segnali e sa interagire con le altre vetture.

NON SOLO LA SPESA. Se il test avrà successo, e Nuro non ha molti dubbi in merito, il servizio potrà essere esteso anche ad altri tipi di recapito, per esempio quelli delle lavanderie o dei documenti.

L’esperimento, che dovrebbe essere avviato nel giro di qualche settimana, permetterà all’azienda di verificare il gradimento di questa nuova tecnologia da parte dei clienti, ma anche il comportamento dei veicoli su strada, insieme a normali vetture guidate dagli esseri umani.

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giovedì 12 settembre 2019

Grafene

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La mieloperossidasi, un enzima appartenente alla famiglie delle emoproteine, presente nei nostri polmoni, può biodegradare il grafene: è ancora un'anticipazione, ma se lo studio condotto nell'ambito della Graphene Flagship sarà confermato, si aprirà per il grafene la strada maestra delle applicazioni biomedicali - finora interdetta proprio per via delle incertezze sulle possibili conseguenze dell'accumulo di questo materiale nel corpo umano. Il grafene è il materiale più sottile al mondo, costituito da un solo, singolo strato regolare e stabile di atomi di carbonio: prodotto per caso nel 2004 in un laboratorio inglese, nel 2010 è valso ai suoi scopritori il Nobel per la Fisica.


Grafene: la nuova era dei materiali
Per quanto straordinario, il grafene non ha ancora "pervaso" la nostra vita quotidiana - anche se si può trovare in tracce in costosissime racchette da tennis e in speciali vernici, e se fa da base a una nuova classe di armature militari e giubbotti antiproiettile.

CI PENSA LA MODA. A proposito di giubbotti, Vollebak, una start-up britannica, ha da poco lanciato sul mercato la prima giacca sportiva in grafene, a sottolineare che questo materiale ad altissima tecnologia ha di per sé un futuro nella moda, senza dover per forza pensare al solito "hi-tech wearable" (l'hi-tech elettronico incorporato nei tessuti). In questo prodotto lo strato di grafene è accoppiato a uno di nylon ad alta resistenza: la giacca è completamente reversibile, e a seconda delle necessità può essere indossata in un verso o nell'altro, con risultati "ambientali" differenti.

Stando ai produttori, grazie al grafene la giacca è infatti in grado di offrire a chi la indossa una perfetta termoregolazione: se viene lasciata al caldo per un po' e poi indossata con il grafene all'interno, riscalda distribuendo il calore in maniera uniforme (per "un piacevole effetto piumone", dicono). Non solo: pur essendo totalmente impermeabile, è anche totalmente traspirante.

«È da 14 anni che sentiamo parlare delle meraviglie del grafene, ma finora gli impatti di questo materiale sulla vita quotidiana sono stati scarsi o nulli. Con questo prodotto portiamo il grafene fuori dai laboratori di ricerca», commenta Nick Tidball, fondatore di Vollebak. Se volete aggiudicarvene una, potete acquistarla online per poco meno di 700 euro.

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mercoledì 21 agosto 2019

la blockchain e come può cambiarci la vita

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C’è chi dice che sia la prima, grande invenzione di questo secolo e che nei prossimi anni non potremo farne più a meno. Parliamo della blockchain, una sorta di libro mastro digitale, decentralizzato, su cui poggiano i bitcoin e la maggior parte delle valute virtuali, che non passando per banche né intemediari finanziari, hanno bisogno di un metodo sicuro per registrare le transazioni.


Che cosa sono i bitcoin?
Proprio questo fa la blockchain, distribuisce il registro delle transazioni (blocchi) tra milioni di utenti nel mondo: ogni nodo (un computer connesso alla rete) riceve una copia del registro automaticamente. E in questo modo nessun dato registrato può essere alterato.

Blockchain: come funziona? Quando avviene una transazione digitale, questa viene raggruppata in un blocco (block) protetto da crittografia, insieme alle altre transazioni concluse negli ultimi 10 minuti e diffuse in tutto il network, dove vengono validate dai cosiddetti miner: questi ultimi sono gli utenti che mettono la potenza di calcolo dei loro computer a disposizione del processo, ricevendone una ricompensa in bitcoin o altre criptovalute. 

Al blocco così validato viene apposta una "etichetta" che contiene le indicazioni sulla data e l'ora in cui è stato creato: a questo punto viene unito ad altri blocchi, formando una catena (chain) dove, tutti insieme, sono disposti in ordine cronologico (dal più vecchio al più recente) continuamente aggiornato, così che ogni ledger (letteralmente “libro mastro”) nel network sia uguale a tutti gli altri, consentendo a tutti i membri di dimostrare in qualsiasi momento chi possiede cosa, senza rischio di truffe.
Una sorta di incorruttibilità che potrebbe fare della blockchain la tecnologia ideale da impiegare anche al di fuori degli scambi di criptovalute. Come scrivono Don & Alex Tapscott in Blockchain Revolution, la blockchain potrebbe infatti essere programmata per "certificare" tutto ciò che abbia valore.

1. ID DIGITALI.

La creazione dell’identità digitale, che ci renda riconoscibili nelle operazioni che facciamo online (e non solo) è una delle sfide del futuro, e vede impegnate tra gli altri, anche la Microsoft con la sua app Authenticator, creata anche per consentire alle persone che vivono nei Paesi in via di sviluppo di accedere ai servizi finanziari o avviare un'attività in proprio.

Da qualche tempo gli ingegneri di Microsoft stanno lavorando a una tecnologia in grado di usare la blockchain pubblica, per rendere inviolabile la nostra identità digitale, attraverso la crittografia. Al momento il processo è ancora in fase di studio: "per adesso il sistema blockchain si basa sui cosiddetti early-adopter ('pionieri' nell'uso di una tecnologia)", si legge nel blog di Microsoft dedicato all'argomento, "che spendono tempo ed energie per farlo funzionare; ma in futuro, se vogliamo che diventi alla portata di tutti, le operazioni di gestione delle chiavi dovrebbero diventare intuitive e a prova di errore". I ricercatori sono ottimisti e presto potrebbero esserci buone nuove.

Voto digitale: se ne parlava in una puntata del 2008 dei Simpson.
2. VOTO DIGITALE. Ammettiamolo: se c’è un motivo per cui le votazioni digitali stentano a diffondersi, è la paura delle frodi elettorali. I sistemi usati finora, infatti, non garantiscono la sicurezza necessaria. Ma le cose potrebbero cambiare nel giro di qualche anno: una tecnologia come quella della blockchain è infatti già teoricamente in grado di permetterci di votare con un clic, e in modo abbastanza trasparente da consentire a qualsiasi autorità di verificare se avvengono tentativi di intrusione o se qualcuno ha provato a modificare i voti.

Una prima sperimentazione è stata fatta lo scorso marzo in Sierra Leone, dove il voto dei cittadini è stato registrato usando una tecnologia creata da Agora, una startup svizzera, che memorizza in modo anonimo i voti in una blockchain privata (ma controllata da osservatori indipendenti), e permette l’accesso immediato ai risultati elettorali. "I votanti hanno espresso la loro scelta su schede cartacee, quindi il nostro team di osservatori imparziali li ha registrati sulla blockchain" ha spiegato un rappresentante di Agorà. “L’impiego della tecnologia blockchain ha permesso di ottenere il conteggio dei voti con due ore di anticipo rispetto alla conta ufficiale condotta dalla Commissione Elettorale Nazionale”.

3. ADDIO NOTAI.

Un altro degli obiettiv che si potrebbe ottenere con la blockchain, ed è tema nel quale Internet dopo le premesse iniziali sembra aver fallito, è quello di eliminare la carta dai documenti ufficiali, a cominciare dalle compravendite.

Casa e mutuo: il momento della fatidica firma, davanti al notaio. Grazie alla blockchain, in futuro, questa scena potrebbe diventare un ricordo. | PXHERE
Mentre oggi, quando acquistiamo una casa o un'auto, dobbiamo registrare la transazione su carta e depositarne varie copie, in futuro potremmo archiviarli facilmente in formato digitale, proprio come avviene con il libro mastro delle transazioni dei bitcoin. Questo comporterebbe la velocizzazione delle operazioni legate alla stesura dei contratti, l’identificazione sicura delle controparti e la possibilità di registrare, monitorare e trasferire titoli fondiari, atti di proprietà e altro su dei database decentralizzati, dove i documenti sarebbero sempre verificabili.

E potremmo dire così addio al notaio. In alcuni Paesi la sperimentazione è già in corso: l’Honduras di recente ha per esempio deciso di "certificare" il suo catasto di immobili e terreni utilizzando la blockchain, tagliando fuori di fatto tutti i pubblici ufficiali che precedentemenre erano necessari per il suo esercizio. Nel 2016  ha fatto qualcosa di simile anche la Georgia, dove il governo e la società Bitfury Group hanno lanciato il primo progetto al mondo per registrare i titoli di terra tramite una blockchain privata, rendendo tali transazioni verificabili attraverso la blockchain di bitcoin, che è pubblica e considerata molto più sicura di qualsiasi alternativa privata. 

4. TRASFERIMENTI DI DENARO. 

Vista però l'esperienza ormai consolidata nel campo delle criptovalute, l'uso più immediato che si può prevedere per la blockchain è come mezzo per accelerare il trasferimento di fondi tra due parti. A differenza delle banche, questa tecnologia è infatti operativa 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana e, grazie alla grande potenza di calcolo di cui dispone, è in grado di elaborare qualsiasi transazione finanziaria in pochi secondi.

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mercoledì 10 luglio 2019

big della Rete contro il terrorismo

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La guerra al terrorismo passa anche per i social network: lo scorso anno Google, Facebook, Twitter e Microsoft si sono unite nel Global Internet Forum to Counter Terrorism (GIFCT), un gruppo di lavoro il cui obiettivo è quello di identificare e mettere in atto le migliori strategie per impedire, o almeno rendere difficile, ai terroristi l'accesso alle piattaforme di condivisione online.


UNIVERSO INTERNET. La prima linea di difesa è il monitoraggio continuo di ciò che viene pubblicato sui social. I numeri sono però impressionanti: ogni minuto vengono inviati su Facebook 510.000 commenti e 136.000 immagini, Twitter raccoglie 350.000 commenti e Youtube riceve oltre 300 ore di video.

Questa enorme mole di dati viene analizzata grazie all'utilizzo estensivo di sistemi di intelligenza artificiale: Facebook controlla la somiglianza delle immagini caricate dagli utenti con altre precedentemente indicate come "propaganda terrorista", mentre Youtube blocca i filmati che contengono scene di violenza o inneggiano all'estremismo.

L'IMPRONTA ELETTRONICA. Ma bloccare gli account più espliciti non basta. Crearsi una nuova identità sui social network è molto semplice e non richiede particolari competenze tecniche: molto spesso è sufficiente una nuova casella email.

Tutto ciò che facciamo online, ogni sito che visitiamo, ogni prodotto che acquistiamo, ogni like che lasciamo... Tutto si trasforma in una traccia elettronica che viene registrata, conservata e studiata "per finalità commerciali" dagli operatori della rete. Quando l'operatore è una intelligenza artificiale, le parole ipotesi di reato possono assumere un significato irreversibile (vedi). | PIXABAY
Per questo motivo gli esperti del GIFCT identificano le utenze sospette attraverso l'analisi del fingerprint, una sorta di impronta digitale che ogni macchina collegata alla rete lascia dietro di sé e che è formata da tutte le informazioni relative a indirizzo IP, sistema operativo, set di caratteri installati, identificativi delle varie componenti hardware.

Questi dati si trovano codificati in una sequenza numerica univoca, detta hash, che identifica il dispositivo che si collega, per esempio, a un social indipendentemente dall'account usato.

Nel primo anno di attività, da giugno del 2017, gli esperti del gruppo di lavoro hanno identificato, stilato e condiviso una lista e infine bloccato oltre 88.000 hash, e contano di arrivare a 100.000 entro la fine dell'anno. Il solo Youtube, nella seconda metà del 2017, ha rimosso oltre 150.000 video di propaganda estremista: la metà di questi è stata cancellata entro due ore dalla pubblicazione.

IL NEMICO SFUGGENTE. Di qualunque natura sia, una guerra prevede che ci siano almeno due contendenti, e i "cattivi" di sicuro non stanno a guardare. Minacce e propaganda criminale sono oggi veicolate anche aggirando le contromisure dei big, e con strategie molto semplici, come l'outlinking: invece di pubblicare contenuti direttamente sui social, esponendoli così ai sistemi di sorveglianza, si inseriscono contenuti innocui con link che rimandano a piattaforme più piccole, meno controllate e meno equipaggiate dal punto di vista tecnologico, come JustPaste.it, sendvid.com e altre.

TROPPA PRIVACY? Ma la nuova frontiera della propaganda sembra essere la messaggistica: il sedicente Stato Islamico negli ultimi mesi ha iniziato a essere molto attivo su Telegram, dove i simpatizzanti possono scambiarsi messaggi e contenuti senza timore di essere intercettati grazie ai sistemi di criptazione messi a punto per tutelare la privacy degli utenti.

L'ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA. Un problema non trascurabile che gli esperti di guerra informatica al terrorismo si trovano ad affrontare quotidianamente è quello dei falsi positivi, cioè la gestione di contenuti pubblicati da chi i terroristi li combatte in prima linea. Un esempio: lo scorso anno i sistemi di intelligenza artificiale di Youtube eliminarono migliaia di video che documentavano le violenze perpetrate in Siria e pubblicati da media locali o ONG. Molti di quei video sono andati definitivamente perduti, poiché questi gruppi non disponevano di archivi offline.

La guerra online al terrore è insomma molto complessa, ed è appena iniziata.

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martedì 18 giugno 2019

RobotArt

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Non solo calcoli, formule, analisi: robot e sistemi di intelligenza artificiale sono anche capaci di creare opere d'arte paragonabili a quelle dei migliori maestri in carne e ossa. I più abili artisti digitali si sono recentemente sfidati nella RobotArt, una gara in punta di pennello che avuto per protagonisti "pittori artificiali" e scienziati umani provenienti da tutto il mondo.


Diverse le tecniche impiegate per le originali creazioni: alcuni team hanno utilizzato sistemi di AI programmati per generare quadri digitali indistinguibili dalle opere umane attraverso la combinazione di colori e pennellate, altri hanno messo a punto robot capaci di imitare alla perfezione i movimenti e la pressione esercitata sul pennello da un artista umano. I risultati sono sorprendenti.

Gli appassionati di arte sbaglierebbero a storcere il naso: «robot e software non possono sostituire la creatività umana», che si dispiega nascosta proprio nelle righe di codice dei programmi, spiega Andrew Conru, l'artista e ingegnere che ha ideato RobotArt.

Old Masters. | ROBOTART/CREATIVE MACHINES LABS/COLUMBIA UNIVERSITY
COLLEGA ROBOT. Nella visione del futuro di Conru, queste "macchine" possono essere usate nella fase finale della realizzazione di un'opera d'arte, per esempio per la rifinitura dei dettagli o per la ripetizione di elementi sempre uguali tra loro, e paragona la nuova forma d'arte alla nascita della fotografia - che non ha sostituito la pittura, ma creato nuove forme espressive che prima non esistevano.

Conru immagina un futuro in cui pittori e macchine lavoreranno fianco a fianco realizzando creazioni del tutto nuove rispetto a quelle che conosciamo oggi.

Certo bisognerà aspettare un po': per adesso, questa forma di espressione artistica non è affatto democratica - un braccio robotico con abilità pittoriche sopraffini costa più di 30.000 euro.

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sabato 11 maggio 2019

ZOE

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La dimensione green negli ultimi tempi sta raccogliendo sempre più consensi, sia da parte dei singoli, che fanno scelte sempre più oculate, sia da parte delle grandi aziende che hanno captato il cambiamento e tratteggiano la strategia del futuro. C'è chi è diventato attore protagonista del cambiamento nel campo della mobilità raccogliendo risultati straordinari: è Renault, che ha ideato una delle auto elettriche più amate in Francia e in Europa: ZOE.


In Francia più del 50% dei veicoli elettrici venduti sono Renault ZOE* e nel 2017 le vendite di ZOE sono aumentate del 44% rispetto all'anno precedente e ogni anno si sono incrementate*. Cosa avrà di così straordinario un'auto elettrica? ZOE rappresenta il rispetto dell'ambiente, ma ha anche il fascino di un'auto grintosa, elegante nelle linee, facile e versatile da guidare. Insomma, è tutto quello che si potrebbe desiderare in un'auto.

ZOE è l'auto a Zero Emissioni, che dunque non inquina, è silenziosa e consente di avere libero accesso alle ZTL e parcheggiare gratuitamente. Non solo. Si ricarica facilmente e in modo veloce: per recuperare fino a 120 km di autonomia reali basta solo mezz'ora. Non ci sono sprechi poiché è possibile recuperare energia in discesa e in frenata e questo recupero si visualizza sul display. Ma la cosa che piace moltissimo agli europei è l'autonomia: si dimentica l'ansia da ricarica poiché con ZOE l'autonomia di percorrenza è pari a 300 km in condizioni d'utilizzo reale.

L'ALTRO ASSO NELLA MANICA? Un nuovo motore elettrico R110 da 80kW più potente di quello precedente, che rende la guida ancora più piacevole e briosa. Basti pensare alla guida sulle strade extraurbane: il nuovo motore permette di passare da 80 a 120 km/h in soli due secondi e consente quindi di avere una guida più sportiva. «Grazie a questa maggior potenza, ZOE guadagna brio e versatilità per un utilizzo extraurbano», spiega Elisabeth Delval, Direttore Programma Aggiunto Renault ZOE. «Il conducente beneficia appieno del piacere di guida e dell'importante autonomia di ZOE». Il cambio automatico, invece, facilita la guida soprattutto sulle strade urbane riducendo i livelli di stress causati dai continui cambi di marcia.

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martedì 9 aprile 2019

Prese e spine elettriche

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Spine e prese elettriche non seguono uno standard internazionale: se viaggiate molto lo saprete bene, se state per partire, attenzione, perché è possibile che la spina dei vostri apparecchi non sia compatibile con le prese che troverete. Ogni Paese (o quasi) ha infatti il “suo” tipo e qualcuno anche più di uno...


Il brevetto di uno dei primi sistemi di presa di corrente elettrica, con attacco a vite, realizzato dall'americano Harvey Hubbell. | WIKIMEDIA
ALL'INIZIO FU LA VITE. La prime vere spine elettriche apparvero in Gran Bretagna a fine ’800, mentre l’americano Harvey Hubbell brevettò altri modelli nel 1904 negli Usa.

Fino a quel momento nelle case la corrente era impiegata prevalentemente per l’illuminazione e i primi elettrodomestici venivano collegati alla rete elettrica con un attacco a vite, come quello delle lampadine.

I nuovi sistemi, invece, rispondevano all’esigenza di rendere i collegamenti più pratici e sicuri              

Solo più tardi arrivò la spina con tre lamine, che prevedeva il collegamento di terra necessario per prevenire il pericolo di scosse. Negli anni successivi in (quasi) ogni Paese i progettisti svilupparono modelli tenendo conto più delle tecnologie disponibili che della possibile incompatibilità con i sistemi impiegati all’estero.

IN FUTURO? SEMPRE UGUALE! Ancora negli anni Cinquanta, per esempio, la Gran Bretagna creò un suo standard che ignorava completamente quelli in uso altrove. E lo stesso capitò in altri Paesi. Ma anche dopo che viaggiare è diventato un fenomeno di massa (e questa “bizzarria” tecnologica si è trasformata in un vero problema pratico), ognuno ha continuato a sviluppare il proprio tipo di spina, soprattutto per ragioni economiche, anziché puntare su uno standard comune. 

Arriverà mai, un giorno, la spina universale? Difficile, in realtà. Anche se tutti i Paesi dovessero mettersi d’accordo, resterebbe il problema della corrente, che, anche quella, non è la stessa in tutto il mondo. Per ragioni legate alla disomogeneità tra tensioni e intensità, chi viaggia molto continuerà ad avere a che fare come minimo con due spine: una per i 110 volt, con le lamine piatte, e una per i 240 volt, con gli spinotti cilindrici.

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lunedì 11 marzo 2019

l'uomo licenziato dal computer

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Il protagonista di questa storia, Ibrahim Diallo, è probabilmente il primo lavoratore della storia a essere licenziato da un computer. La sua disavventura, raccontata in un blog, comincia alle 7 di una mattina qualsiasi di qualche mese fa, quando Ibrahim scopre che il suo badge non apre più la porta dell'ufficio. Convinto che si tratti di un guasto, si fa aprire dal custode, va alla sua scrivania e accende il computer - solo per scoprire che le sue password sono state disabilitate. Il computer gli nega l'accesso a tutti i sistemi aziendali.

Il suo manager, appena arrivato, gli comunica di aver ricevuto una mail dal dipartimento Risorse Umane in cui lo si informa che il suo contratto risulta scaduto: si attiverà subito per capire che cosa sia successo, gli assicura.

PRENDI LE TUE COSE... Il tempo passa e il peggio arriva subito dopo la pausa pranzo, quando due addetti alla sicurezza si presentano alla scrivania di Ibrahim con l'ordine, ricevuto via mail, di accompagnarlo fuori dall'edificio. Ormai era chiaro: Ibrahim era stato licenziato e nessuno, nemmeno i top manager dell'azienda, era riuscito a disinnescare un processo automatico che, mail dopo mail, lo aveva costretto a svuotare i cassetti e lasciare l'ufficio.

ERRORE UMANO. Che cosa era successo? Un incidente banale: l'ex capo di Ibrahim, prima di andare in pensione, si era scordato di caricare nel sistema informatico il rinnovo del suo contratto. Così, alla scadenza, il solerte computer aziendale che governa invisibile la vita dei dipendenti, un bel mattino ha avviato le procedure per trasformare Ibrahim in un ex dipendente - e in una grande o grandissima azienda dove le persone che lavorano in uffici o reparti diversi spesso neppure si conoscono, nessuno è riuscito a bloccare il processo.

NON TORNO PIÙ. A Diallo lo scherzo del computer è costato 3 settimane da disoccupato: tanto ci è voluto ai programmatori perché riuscissero a farlo rientrare a tutti gli effetti nel suo ruolo.

Ma poi Ibrahim ha deciso comunque di cogliere l'occasione al volo e cambiare lavoro. «Questa storia deve far ripensare al rapporto tra uomini e macchine», afferma Dave Coplin, esperto di sistemi di intelligenza artificiale.

L'AI CI SALVERÀ DAI COMPUTER? In effetti, forse una AI avrebbe potuto evitare a Diallo questa esperienza: sistemi basati sull'analisi dei dati avrebbero potuto segnalare una possibile anomalia su di un licenziamento che non era basato né su motivi disciplinari, né su basse prestazioni, e avrebbe potuto bloccare il processo in attesa di conferma o ulteriori istruzioni. Il punto di forza dei sistemi di AI è quello di riuscire a identificare schemi ricorrenti all'interno di grandi quantità di informazioni, come sono per esempio le motivazioni che portano all'allontanamento forzato di qualcuno dal proprio posto di lavoro.

E poi c'è il lato umano della vicenda: ciò che colpisce di più in questa storia è la completa automazione dell'intero processo e l'impossibilità per chiunque di riuscire ad interromperlo. Un po' come accade ai protagonisti del cult di fantascienza 2001 - Odissea nello spazio alle prese con HAL 9000, il computer che li vuole uccidere per non essere spento. Ma quello era solo un film.

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mercoledì 13 febbraio 2019

Robot morbidi

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Da anni i ricercatori stanno sviluppando robot sempre più piccoli per operare in ambienti altrimenti inaccessibili. Uno tra tutti: il corpo umano. La sfida è quella di progettare un automa in grado di operare e muoversi in questo micromondo in un modo efficiente e preciso. Spesso l'ispirazione migliore arriva dalla natura. Lo sanno bene i ricercatori in bioingegneria dell'università Harvard di Cambridge e della Boston University (entrambe nello stato americano del Massachusetts) che hanno messo a punto il prototipo di “robot morbido”, costruito tutto in silicone.


A proposito di robot morbidi: ce ne sono di grandi e indistruttibili
COMPOSTO DA DODICI STRATI. Il robot si ispira al ragno pavone australiano, un ragno davvero singolare, caratterizzato dai suoi colori sgargianti e da una molto articolata danza propiziatoria per l'accoppiamento.  Una prima versione di questo ragno robotico è grande all'incirca come una moneta da un centesimo di dollaro: è stato costruito con dodici strati di silicone più sottili di un capello umano, modellati al laser per formare piccoli canali all'interno dei quali possano fluire acqua o aria. È proprio grazie all'immisione di questi fluidi che il tobot modifica la sua forma, muove le zampe ecc.

Al momento è in grado di compiere 12 tipi di movimenti con un livello di precisione dell'ordine del millesimo di millimetro: una “gentilezza nei movimenti” che, unita alla “morbidità”, potrebbero rendere questi mini robot molto utili in campo medico, con applicazioni che vengono ipotizzate sia nel campo della microchirurgia sia in quello degli esami diagnostici (come alternativa ad alcuni tipi di endoscopia).

Certo, sarà necessario ottenere esemplari di dimensioni ancora più contenute e perfezionare i movimenti, ma potrebbe  non essere lontano il giorno in cui questi micro-robot morbidi inizieranno a migliorare le nostre vite.

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giovedì 10 gennaio 2019

Google Glass

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A volte ritornano e stavolta tocca ai Google Glass. Ve li ricordate? Gli occhiali intelligenti realizzati da Big G che avrebbero dovuto rivoluzionare il modo di accedere alle informazioni e alla tecnologia. Ma poi ritirati perché, di fatto, inutili e pure complicati da usare.


Ebbene, tre anni dopo la loro uscita di scena, i Glass tornano sul mercato completamente rivisitati e con un ambito di applicazione del tutto nuovo: il mondo delle aziende.

OK GLASS: AL LAVORO! Gli ingegneri di Google hanno infatti pensato di realizzare una nuova versione di questo dispositivo da utilizzare nel mondo dell’industria, in tutti quei contesti dove la tempestività dell’informazione è essenziale.

I Glass potranno per esempio dare informazioni sullo stato dei processi di lavorazione di una catena di montaggio, evidenziare un guasto o segnalare in tempo reale quando la scorta di un certo materiale è arrivata al limite.

I nuovi Google Glass Enterprise Edition arriveranno con una app realizzata da Plataine, azienda israeliana specializzata nelle intelligenze artificiali.

L’utente dei Glass avrà così a disposizione un’assistente virtuale con cui interagire grazie a comandi vocali e in grado di mostrare le informazioni sulla lente-schermo ma anche di leggerle in modo facilmente comprensibile anche in ambienti rumorosi come quelli industriali.

ADDIO COMPUTER? Secondo gli esperti di Google questo dispositivo permetterà ad operai e lavoratori di tutti i livelli di gestire i processi di cui sono responsabili senza bisogno di un computer. Una bella sfida? Sicuramente sì, ma probabilmente non l’unica.

Secondo quanto riporta Futurism, l’utilizzo dei Glass dovrà vincere numerose resistenze da parte dei lavoratori, soprattutto quelle legate al possibile controllo che le aziende potrebbero attuare, grazie a questi dispositivi, sui propri dipendenti: cosa stanno guardando, cosa stanno dicendo, dove si trovano ecc.

Fonte: QUI