martedì 6 settembre 2016

Terremoto: togliete la password al vostro wi-fi ma con attenzione


Per aiutare nell'emergenza togliete la password al vostro router Wi-Fi (di solito raggiungibile all'indirizzo http://192.168.1.1 o http://192.168.1.0) , ma evitate accessi ad account sensibili (banca): gli sciacalli sono ovunque.

I consigli per la sicurezza
Se abitate nelle zone del sisma potete togliere la password al Wi-fi ma attenti agli sciacalli che vi potrebbero entrare "virutalmente" in casa. Ecco i consigli:

1. Evitare di controllare la propria mail;

2. Non  navigare nel proprio home-banking e, in generale, su siti e servizi che necessitino una nostra autorizzazione con nome utente e password (per es. facebook)

3. Se avete memorizzato user e password per questi sito, in modo da non doverla digitare di nuovo, evitate di connettervi a quegli specifici indirizzi.


Internet è nata per essere un sistema di comunicazioni di back up, da usare quando telefono, telegrafo e stazioni radio sono messe in crisi. È quanto sta accandendo in queste ore, dopo la scossa di terremoto che ha colpito il Centro Italia.

RETE MOBILE IN CRISI. Tutti stanno cercando di chiamare coi cellulari: questo sta mettendo in crisi la capacità di trasmissione delle “celle”, i nodi base della telefonia mobile. Troppi utenti si collegano, la cella si riempie e nessuno chiama più. Da qui, gli appelli degli Internauti e della Protezione Civile a togliere le password dai propri router wi-fi, in modo da permettere a chiunque abbia un pc portatile o uno smartphone o un tablet di connettersi a Internet e telefonare via Skype o con altri sistemi voip.

ATTENZIONE ALLA SICUREZZA INFORMATICA. L’appello è sensato e togliere la password wi-fi è un gesto più che corretto. Bisogna però fare attenzione. La password del wi-fi protegge la nostra identità digitale: se la togliamo, lasciamo che tutto ciò che vi transita sia visibile “in chiaro” da malintenzionati. Quindi, è giusto toglierla per consentire a tutti, in un momento di grave emergenza, di utilizzare la Rete: ma è bene anche proteggersi, evitando di controllare la propria mail, o navigare nel proprio home-banking e, in generale, su siti e servizi che necessitino una nostra autorizzazione con nome utente e password. Attenzione: se avete memorizzato questi dati nel browser (“Vuoi salvare la password per questo sito, in modo da non doverla digitare di nuovo?”) evitate di connettervi a quegli specifici indirizzi.

IL CONSIGLIO DELL'ESPERTO. Abbiamo chiesto consigli anche ad Antonio Forzieri, esperto di sicurezza informatica per Symantec. «Aprire il wifi è un grosso favore alla cittadinanza: teniamo però conto dell’esistenza di malintenzionati e comportiamoci di conseguenza. Anche se il nostro pc è connesso al router via cavo, nulla cambia. Dobbiamo considerare che, col wifi aperto, è come se dessimo la possibilità a chiunque di sedersi al nostro fianco e guardare lo schermo del pc o dello smartphone».

Quindi, valgono le regole di comportamento che abbiamo citato: «Più una. Prima di aprire il wifi, aggiorniamo il nostro sistema operativo con tutte le patch di sicurezza: in questo modo impediremo che qualche utente fraudolento “depositi” software maligno sulla nostra macchina».

COME RESETTARE LA PASSWORD. Per rimuovere la password e rendere a tutti accessibile la propria rete si può agire via software, modificando le impostazioni di configurazione del router, oppure seguendo pochi e semplici passi. La maggior parte dei router/modem adsl sono venduti con una configurazione base che prevede wi-fi attivo e senza password, per cui è necessario resettare il router stesso. Sul retro si trova un piccolo bottoncino, di solito adattato per la punta di una penna. Premetelo per 10 secondi. A quel punto il router si resetta con le impostazioni di fabbrica e nel 90% dei casi tornerà ad essere attivo, con wi-fi aperto e senza password.

Fonte: focus.it

mercoledì 31 agosto 2016

L’idrogeno? È già qui


Sono passati cinquant’anni da quando, per la prima volta, l’idea di un’automobile spinta a idrogeno – un mezzo capace di respirare aria per restituire acqua, azzerando l’inquinamento dovuto ai trasporti – ha iniziato a sembrare una possibilità più che un’utopia. Oggi, quell’idea è così concreta che chiunque in Giappone, ma anche in Danimarca, Germania, Gran Bretagna e presto in altri Paesi europei, può salirci sopra e guidarla.

Merito di Mirai, la berlina di Toyota il cui nome significa non a caso “futuro”: è frutto di milioni di chilometri nei centri prova, di 10 anni di test su strade pubbliche in tutte le condizioni climatiche, dalle temperature più rigide al caldo più torrido, di infiniti e rigorosi crash test e di lavoro congiunto con i governi e i ricercatori di tutto il mondo per renderne sicuro e facile il rifornimento. Nel serbatoio entra idrogeno (che può essere ricavato dall’acqua utilizzando fonti rinnovabili come l’energia solare ed eolica, oppure prodotto da materiali di scarto come i detriti fognari), dagli scarichi esce solo vapore acqueo. Per un’esperienza di guida ecologica, silenziosa, ma anche piacevolissima.

Lo schema di funzionamento: nel motore entrano idrogeno e ossigeno, esce vapore acqueo. Clicca sull'immagine per ingrandirla
MOTORE. Abbina la tecnologia delle celle a combustibile alla tecnologia ibrida e assicura una potenza massima di 114 kW (155 cavalli). È molto più efficiente rispetto ai tradizionali motori a combustione interna e non produce CO2 né agenti inquinanti. Le celle a combustibile sono in grado di fornire elettricità sufficiente per alimentare un’abitazione per una settimana. L’autonomia è di quasi 500 km con un pieno di idrogeno e i tempi di rifornimento di circa tre minuti.

ITALIA. Due sono i freni attuali allo sbarco nel nostro Paese. Il primo è normativo: i serbatoi di Mirai consentono di stoccare il gas a 700 bar, ma in Italia il limite di erogazione è di 350 bar. La sicurezza dei serbatoi è garantita da una struttura a tre strati di plastica rinforzata con fibra di carbonio e da un sistema di sensori che chiude le valvole del serbatoio in caso di eventuali fuoriuscite. Il secondo ostacolo è che manca una rete capillare di distributori d’idrogeno perché l’auto possa circolare.

Fonte: focus.it

domenica 28 agosto 2016

Uber lancia il primo taxi senza autista


L’azienda americana annuncia l’arrivo entro la fine del mese della prima flotta di vetture a guida autonoma. Ecco come funzionerà il servizio, per ora solo sperimentale.

Mentre Google, Apple, Tesla e i big dell’automobile lavorano più o meno segretamente da anni allo sviluppo delle auto senza conducente con poche novità di rilievo, Uber sorpassa tutti e, a sorpresa, annuncia il lancio di una flotta di Uber car completamente autonome.

NOLEGGIO SENZA CONDUCENTE. Sì avete capito bene: la prossima auto di Uber che verrà a prendervi in aeroporto o in stazione potrebbe non avere l’autista. Il servizio sarà attivato entro la fine del mese in via sperimentale nella cittadina americana di Pittsburgh.

Le auto scelte per il test sono dei SUV della Volvo equipaggiati con tutto il necessario per poter viaggiare da soli. A bordo del veicolo saranno comunque presenti un tecnico in grado di intervenire in caso di necessità e un assistente che prenderà nota di tutto quanto succederà durante il tragitto.

La flotta robotizzata sarà composta da 90 vetture e chi, prenotando una corsa, avrà la fortuna di vedersela assegnare non dovrà nemmeno pagare il costo del viaggio, che sarà offerto dall’azienda.

L’inatteso annuncio è stato dato lo scorso 18 agosto a Bloomberg dallo stesso Travis Kalanick, amministratore delegato di Uber.

SHOPPING HI-TECH. A differenza di altre aziende Uber ha scelto di non sviluppare internamente la propria vettura senza conducente ma di acquistare la tecnologia necessaria da un’azienda specializzata.

Recentemente Uber ha infatti acquisito Otto, una promettente start-up che ha realizzato un kit in grado rendere autonomi i camion e che può essere adattato per lavorare su SUV e berline.

L’esperimento di Uber è sicuramente uno dei più sofisticati visti fino ad oggi in questo settore: se tutto andrà secondo quanto annunciato dall’azienda nel giro di qualche mese sapremo se il futuro dell’auto senza conducente è un po’ più vicino.

IL FUTURO È GIÀ QUI. L'esperimento di Uber, però, non sarà il primo in assoluto. Un servizio di taxi con auto a guida autonoma ha già debuttato a Singapore. Tra i fondatori di nuTonomy, la startup che l'ha lanciato, c'è anche un professore italiano dell'Mit, Emilio Franzoli. 


Fonte: focus.it

lunedì 1 agosto 2016

Brexit: Berlino punta a diventare capitale start up



Berlino punta a strappare a Londra il titolo di capitale delle start up in Europa. Da mesi è continuo il flusso di sviluppatori di app e di contenuti per il web dalla capitale britannica verso quella tedesca, che già da anni punta ad attirare, offrendo spazi, "cluster" ed incubatori di impresa a costo zero. Il flusso da Oltremanica potrebbe intensificarsi dopo il sì alla brexit. Ed ingrossarsi di italiani, che già in tanti a Berlino sono impegnati nel mondo delle app: a cominciare da Zalando, il colosso tedesco dell'ecommerce dove di italiani ne lavorano già un centinaio.
Berlino da anni cerca di attirare gli startupper. L'ex sindaco Klaus Wovereit aveva capito che per la sua città "sexy ma povera", senza grandi industrie ma da sempre coacervo nei suoi caffè e nelle sue gallerie d'arte di artisti e creativi, l'economia digitale poteva essere una grande occasione di sviluppo, mettendo a disposizione fondi e spazi per gli "smanettoni" e non solo, cui non è necessariamente richiesto di parlare il tedesco purchè possano lavorare in inglese.
La capitale tedesca, poi, è ancora una città dove il costo della vita è relativamente economco e comunque infinitesimale rispetto alla carissima Londra, da cui piano piano in tanti stanno decidendo di trasferirsi qui, anche sull'onda della Brexit. "Con quello che spende a Londra per un mese, uno startupper a Berlino vive per sei mesi, e riesce a portare avanti il suo progetto", spiega Marco Muccini, il quarantenne fiorentino che ha sviluppato Papermine, una piattaforma di content marketing per creare contenuti per la commercializzazione e la promozione di prodotti, dalla scuola privata al negozio. Fino a febbraio, Marco ha lavorato nella capitale britannica, ma ha deciso di venire a Berlino, dove con sette collaboratori lavora a Gtech, un cluster dell'Issmt, considerata il miglior MBA in Europa, che non prende equity e per un anno offre ai soggetti selezionati sede e logistica.
"Questa città è cambiata, è sempre più internazionale e anche se la normativa italiana sulle start up è migliore di quella tedesca - sostiene - qui c'è l'hub dell'economia europea più potente. Questa è una città che in fondo esiste solo dal 1989 con la caduta del muro, viverci costa poco ed è logisticamente vicina all'Est Europa, che è sempre più una fucina di giovani di belle speranze nel settore delle start up. Londra ormai costa troppo...". E la "colonia italiana" di startupper a Berlino cresce. Sono quasi mille gli iscritti a 'Digitaly', la rete cui ha dato vita la bresciana Silvia Foglia arrivata a Berlino dopo un'esperienza in Svezia e che ora lavora per Houzz, una piattaforma online per l'architettura di interni e l'arredamento da un ufficio ai piedi della torre di Alexander Platz, al fianco di un'altra ventina di italiani.
Startupper che dal 2010 fanno rete tra loro e condividono informazioni ed esperienze pratiche. "Gente - racconta - che magari ha avuto un'idea in Italia e viene qui a farla crescere". Anche se, rileva Matteo Pardo, addetto scientifico dell'Ambasciata italiana a Berlino, "aprire una startup in Italia conviene: e il nostro Paese in questo settore resta quello che in proporzione cresce più di tutti".
Fonte: ansa.it

venerdì 29 luglio 2016

Router AVM FRITZ


Grazie alla capacità di erogare reti stabili e performanti sulle medio/lunghe distanze e di contenere il ping anche in condizioni di congestione di reti wifi, i router della famiglia AVM FRITZ!Box sono considerati come una delle migliori scelte in assoluto per i videogiocatori.

L'ottimo software a corredo, inoltre, permette di impostare con grande precisione le opzioni sul parental control, la prioritizzazione del traffico e tutto ciò che è relativo all'erogazione della rete wifi. Il media server, ad esempio, mette a disposizione di tutta la rete i film, la musica e le immagini dei supporti collegati alla porta USB anche quando il computer è spento.

Inoltre, un throughput massimo teorico di 450 Mbit/s, reso possibile dalle più recenti tecnologie wifi, consente di trasferire velocemente i file da tutti i sistemi connessi alla rete. Tutto questo è possibile grazie soprattutto alla tecnologia ad antenne multiple MIMO 3x3.

Il FRITZ!Box permette inoltre di usare contemporaneamente le due bande di frequenza da 2,5 e 5 GHz, è adatto ad ogni connessione DSL e a tutte le ampiezze di banda DSL, per cui anche le trasmissioni di dati ad alta velocità non costituiscono alcun problema. Mette, poi, a disposizione quattro porte di rete Gigabit.

Anche AVM FRITZ! Box 7490 adesso è in offerta su Amazon. Questa soluzione garantisce un throughput ancora maggiore grazie al supporto dello standard AC, raggiungendo velocità fino a 1.300 Mbit/s (5 GHz) e 450 Mbit/s (2,4 GHz). È poi dotato della base DECT per 6 cordless, di 4 porte LAN Gigabit per la rete, 2 porte USB 3.0/2.0 per stampante e memoria

Fonte: hwupgrade.it

mercoledì 20 luglio 2016

Il genio dell aria condizionata


Willis Haviland Carrier (Angola, 26 novembre 1876 – New York, 7 ottobre 1950) è stato un ingegnere e inventore statunitense, ed è conosciuto come l'uomo che ha dato il nome al diagramma psicrometrico.

Carrier nacque ad Angola, New York sulle rive del Lago Erie ed ereditò sin dall'infanzia la passione materna per la meccanica, tra orologi, macchine da cucito e altri elettrodomestici. Amava la matematica e la studiava ogni volta che poteva, quando non era occupato nella realizzazione di dispositivi da lui inventati.

Nel 1895 ricevette una borsa di studio presso la Cornell University laureandosi nel 1901 con il titolo di ingegnere meccanico.

Carriera industrialeDopo l'università cominciò a lavorare per Buffalo Forge, una fabbrica che produceva stufe e sistemi di ventilazione, come progettista di sistemi di riscaldamento per l'asciugatura di legname e caffè. Grazie ai numerosi miglioramenti tecnici da lui sviluppati fu nominato direttore del reparto ingegneria sperimentale. All'età di 25 anni realizzò la sua prima invenzione importante: un sistema di raffreddamento per controllare calore e umidità nei processi di stampa che fu brevettato nel 1906.

Carrier installò il primo impianto per aria condizionata domestico nel 1914 in una casa a Minneapolis (Minnesota), precedentemente i condizionatori erano utilizzati solo negli ospedali pubblici americani.

Nel 1915 Carrier ed altri sei ingegneri fondarono una loro impresa nel New Jersey, la Carrier Engineering Corporation, tra i clienti della quale figurarono anche il Senato e la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti e molti altri importanti edifici. Negli anni '30 Carrier trasferì la società a Syracuse, New York, dove ha sede ancora oggi, e divenne una delle maggiori fonti di impiego per New York. Nel 1930 egli aprì addirittura una filiale in Giappone ed in Corea del Sud. L'Estremo Oriente rappresenta oggi il principale mercato per gli impianti di climatizzazione.

La Grande depressione rallentò l'utilizzo domestico e per scopi commerciali dei sistemi di raffreddamento. L'Igloo di Carrier presentato all'Esposizione Universale del 1939 offrì ai visitatori uno sguardo sul futuro dell'aria condizionata ma prima che potesse affermarsi sul mercato, scoppiò la II Guerra Mondiale e la Carrier convertì la produzione in quel periodo per scopi militari, come molte altre fabbriche.

La Carrier è stata pioniera nella progettazione e produzione di macchinari per la refrigerazione di vasti spazi. L'aria condizionata, consentendo un aumento della produzione industriale statunitense nei mesi estivi, rivoluzionò la vita degli americani. L'introduzione dei sistemi di climatizzazione domestica negli anni '20 favorì la grande migrazione verso la regione del Sun Belt.

Nel 2000 la Carrier Corporation ha realizzato un fatturato di oltre 8 miliardi di dollari, impiegando circa 45.000 persone.

Fonte: it.wikipedia.org

venerdì 8 luglio 2016

Attenti allo smartwatch: potrebbe rivelare il pin del bancomat


Lo studio Usa: i wearable registrano i nostri movimenti. Nell'80% dei casi il test ha rivelato che il codice di sicurezza digitato può essere a portata di hacker

COSI' come capta i movimenti, lo smartwatch può essere in grado di conoscere (e rivelare) il codice di sicurezza digitato al bancomat. Il pericolo verrebbe quindi dai sensori di movimento integrati in ormai quasi tutti i dispositivi indossabili, come gli orologi intelligenti e i bracciali fitness. Lo studio è stato condotto dalla Binghamton University, negli Usa: ha spiegato che i sensori potrebbero essere così precisi da tracciare i movimenti della mano e permettere a malintenzionati di riprodurre i gesti fatti sulla tastiera di un bancomat e quindi accedere ad un conto corrente. Durante i test la percentuale di riuscita è stata dell'80%.

La ricerca ha messo alla prova tre differenti sistemi di sicurezza, compreso il bancomat, tenendo sotto osservazione i movimenti di 20 cavie registrati attraverso accelerometri, giroscopi e magnetometri integrati nei vari dispositivi wearable indossati per 11 mesi, indipendentemente dalla posizione della mano. Gli studiosi dell'università statunitense hanno quindi usato un algoritmo che si è dimostrato in grado di decifrare le password per i sistemi di immissione di codici segreti, compreso quello del bancomat. Un risultato che mette in guardia sul rischio di hacker che potrebbero, dunque, infettare i dispositivi tramite virus o intercettare le connessioni Bluetooth dello smartwatch nel tentativo di entrare in possesso dei dati.

Il team di ricercatori ammette di non avere una soluzione, ma suggerisce agli sviluppatori di porre maggiore attenzione ai sistemi di implementare il sistema di crittografia per garantire maggiore sicurezza nella comunicazione tra wearable e sistema operativo. Lo studio è stato in parte finanziato dalla National Science Foundation e l'Army Research Office.

Fonte: repubblica.it