Quasi un italiano su tre viene ripreso almeno una volta al mese dal proprio partner e persino dai propri figli perché sempre attaccato allo smartphone. Al mattino il 50% di noi come prima cosa legge le notifiche sullo smartphone e c’è addirittura chi durante il giorno dichiara di controllarlo oltre 200 volte. Sarà anche vero come sostiente la Global Mobile Consumer Survey di Deloitte publicata in questi giorni che siamo il paese europeo in cui si litiga più spesso a causa del cellulare. Che siamo una anomalia internazionale. Ma la verità vera è che anche da noi gli smartphone sono diventati quotidiani, essenziali ma noiosi.
C’è poco da alzare il sopracciglio o avventurarsi in una facile sociologia dei bei tempi andati. Rispetto a dieci anni fa siamo più produttivi, immensamente più produttivi. Al netto delle conseguenze apprezzabili sul nostro equilibrio psico-fisico, siamo in grado di postare messaggi in qualsiasi condizione metereologica, programmiamo attvità, condividiamo progetti, giochiamo e cacciamo Pokémon come se non ci fosse domani.
Eppure siamo fermi. A dieci anni dalla nascita di iPhone i telefonini intelligenti hanno smesso di evolversi. E noi ci siamo adattati. Se mettiamo da parte le promesse dell’intelligenza artificiale e le performance degli assistenti vocali, affascinanti, di sicuro avvenire ma per ora ancora acerbe in termini di esperienza d’uso, la competizione dei produttori di smartphone sembra schiacciato interno a materiali, colori e capacità di concentrare tecnologia al minore costo di produzione e con la maggiore efficienza energetica. Per essere più diretti, se ci concentriamo sugli smartphone di fascia alta e regoliamo il fuoco sull’ultimo anno è davvero difficile trovare innovazioni che non siano incrementali. Le cuffie senza fili e le certificazioni per rendere gli smartphone resistenti a polvere e acqua sono forse le novità che hanno fatto più discutere. Novità, appunto, non svolte epocali. La competizione si è spostata sull’autonomia della batteria, sulla qualità del display (che rappresenta in termini percentuali più del 50% del costo del device) e sulle prestazioni della fotocamera. Tutte migliorie che servono ma che non spostano.
E non è questione di effetto wow ma di apprendimento. Quello che dovevamo imparare in termini di nuove potenzialità di comunicazione, lavoro e intrattenimento l’abbiamo imparato. Di innovazioni vere, di quelle capaci di cambiare la vita per ora all’orizzonte non se ne vedono. Per essere smentiti toccherà aspettare il Mobile World Congress di Barcellona a fine febbraio o il nuovo iPhone che festeggerà il suo decimo anniversario. Qualcosa si muove. A Shenzen nascerà laboratorio di Foxconn dove Apple intende realizzare prototipi sperimentando nuove tecniche di produzione. Samsung, Lg e Xiaomi hanno depositato brevetti sull’uso dei display flessibili nella telefonia. Anche Microsoft sarebbe al lavoro su uno smartphone pieghevole. Prototipi di questa tecnologia circolano da sei, sette anni. Prima di investire però i produttori devono decidere quanto sia sostenibile innovare un prodotto che ormai è diventato poco più di una commodity. Oggi con poche centinaia di euro sul mercato troviamo smartphone che non svolgono meno funzioni di quelli di fascia alta. Tocca quindi guardare ai numeri di mercato.
Secondo Deloitte l'85% degli italiani ne possiede uno con un incremento del 6% rispetto al 2015 e più del 10% rispetto al 2014. Come dire, nonostante tutto in Italia si continuano a comprare (e a regalare) telefonini. A livello globale l’anno scorso “circolavano” quattro miliardi di smartphone. L’istituto di ricerca Ihs Technology è convinto che diventeranno sei entro il 2020. Più cauta è invece Gartner. Secondo l’analista Ranjit Atwal quest’anno si profila una stagnazione per tutta l’industria con qualche segno positivo nell’area asiatica. L’era d’oro del telefonino sarebbe insomma finita. «I consumatori hanno poche ragioni per cambiare il proprio smartphone -ha commentato -. Fino al 2018 ci aspettiamo un mercato piatto».
Qualche lampo invece potrebbe arrivare dagli operatori di tlc. Da sempre un po’ nell’ombra sotto il profilo creativo con l’arrivo del nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbero rialzare la testa e tornare a chiedere il superamento della net neutrality voluta da Obama. I rischi sono altissimi. Privilegiare servizi e attori non fa bene all’ecosistema. Ma chi ha detto che l’innovazione negli smartphone debba dipendere solo dai costruttori? Per fortuna esiste il web.
Fonte: QUI
Nessun commento:
Posta un commento